In psicologia il termine “psiche” indica l’insieme delle funzioni cognitive, emotive, affettive e relazionali della persona: tutto ciò che, pur essendo collegato al corpo in un’ottica psicosomatica, non si esaurisce nella sua dimensione strettamente materiale. La psicoterapia – etimologicamente “cura dell’anima” – è un metodo che permette di affrontare uno stato di sofferenza di natura psicologica utilizzando strumenti specifici: principalmente il colloquio, ma anche tecniche espressive, corporee e altre metodologie cliniche.

La sofferenza può nascere da un momento di difficoltà attraversato dalla persona (un lutto, una separazione, una crisi lavorativa) oppure da un disturbo psicopatologico più strutturato, di entità diversa: dai sintomi nevrotici fino alle forme psicotiche che possono compromettere il benessere, lo studio, il lavoro, la vita relazionale e familiare.

Tutti, nel corso dell’esistenza, possono attraversare un momento difficile. A volte è legato a passaggi delicati della vita stessa, altre volte a eventi imprevisti che portano un carico emotivo troppo grande rispetto alle nostre risorse interne. In quei momenti possono comparire reazioni regressive – comportamenti più infantili o inadeguati al contesto – che peggiorano anche la qualità delle relazioni interpersonali.

Chi può esercitare la psicoterapia

In Italia la psicoterapia è una specializzazione sanitaria riservata a medici e psicologi iscritti ai rispettivi Ordini professionali (artt. 32 e 35 della Legge 56/89). Dopo una fase iniziale di transizione, oggi la qualifica si acquisisce attraverso un percorso di scuola di specializzazione post lauream, universitaria o privata riconosciuta dal MIUR.

Le diverse scuole di psicoterapia

La psicoterapia utilizza tecniche derivate dalla psicologia, che nel tempo si è articolata in diverse correnti teoriche: psicoterapia psicodinamica, cognitivo-comportamentale, umanistica, sistemica, psicocorporea, integrativa, e molte altre. Trasversalmente, esistono varie modalità di intervento: terapia individuale, di coppia, familiare, infantile, di gruppo, di comunità.

Il focus può essere il singolo individuo con i suoi sintomi, oppure il disagio può essere letto come l’espressione di una dinamica familiare disfunzionale. Nelle famiglie, in particolare, una causa frequente di disagio è la confusione di ruoli tra generazioni: un padre assente, ad esempio, può essere “sostituito” da un figlio che assume impropriamente il ruolo di marito-figlio della madre. In alcune situazioni – ad esempio nel trattamento delle dipendenze – può essere indicata la terapia di gruppo, perché il gruppo permette di osservare meglio i propri pattern relazionali in un contesto più naturale e meno duale rispetto al solo rapporto con il terapeuta.

Quali problemi si affrontano in psicoterapia

L’intervento psicoterapeutico può rivolgersi a una grande varietà di situazioni: dal semplice disagio esistenziale senza una sintomatologia clinica strutturata, fino ai disturbi più severi. Tra le aree affrontabili:

  • ansia, depressione, disturbo maniacale, fobie, ossessioni;
  • disturbi del comportamento alimentare (anoressia, bulimia);
  • disturbi della sfera sessuale e comportamenti compulsivi;
  • abuso di sostanze e dipendenze;
  • disturbi di personalità (Asse II del DSM);
  • difficoltà relazionali, affettive, interpersonali;
  • fenomeni complessi come mobbing e conflitto coniugale.
 

Lo psicoterapeuta può inoltre intervenire nella riabilitazione di pazienti con disturbi psichiatrici o tossicodipendenti, anche se questa attività è più efficace se svolta all’interno di strutture pubbliche (Centri di Salute Mentale, SerT, Comunità Terapeutiche).

“Non c’è vento favorevole per chi non sa in che porto vuole andare”
– Seneca –

Il modello terapeutico che adotto

Concepisco la psicoterapia individuale, in linea con la tradizione psicodinamica, come un processo di “autocura” che, con il sostegno del terapeuta, accompagna la persona – unica e irripetibile – a ritrovare un rapporto autentico con sé stessa. Si tratta di sciogliere quella conflittualità interiore che spesso si manifesta all’esterno attraverso il corpo (sintomi fisici) o attraverso comportamenti inadeguati, aggressivi, paurosi, evitanti, nevrotici o deliranti.

Questa contraddizione nasce dal fatto che molte persone si formano in un modo ma vivono in un altro: per convenzione, obbedienza, quieto vivere o per la necessità di integrarsi nel proprio contesto sociale. Sigmund Freud ha esplorato questa tensione tra pulsioni e civiltà (“Il disagio della civiltà”, Boringhieri), e Donald Winnicott ha sviluppato il concetto di “falso sé”: una personalità di copertura, una maschera indossata per compiacere gli altri, che soffoca i desideri autentici. Il falso sé si costruisce fin da piccoli, come risposta alle richieste dell’ambiente familiare, e si consolida nelle relazioni successive. È il caso, per esempio, di chi sceglie l’università per assecondare le aspettative dei genitori e si rende conto solo strada facendo di non riconoscersi in quel percorso.

Studi successivi hanno spostato l’attenzione sui conflitti del mondo rappresentazionale interno (Joseph Sandler) e, più di recente, sui disturbi di personalità, in particolare quelli narcisistici (Heinz Kohut, Otto Kernberg).

La psicoterapia che pratico è una psicoterapia psicodinamica breve, vicina ai modelli di David Malan, Habib Davanloo e – soprattutto –E. Erickson e Willy Pasini. Lavora sui pilastri portanti della personalità: la progettualità di vita, l’autostima, i passaggi cruciali del ciclo di vita (l’uscita dall’adolescenza, la costruzione di una coppia stabile, la genitorialità), l’armonia tra i diversi ruoli (lavorativo, coniugale, genitoriale). L’attenzione alla progettualità individuale è una caratteristica distintiva del mio approccio, aperto anche ai contributi della scuola sistemico-relazionale e della teoria dell’attaccamento.

Quale obiettivo ha la terapia

Il terapeuta, mantenendo una posizione “uno di fronte all’altro”, funge da specchio: aiuta il paziente a vedere quelle “zone d’ombra” che tende a non riconoscere e da cui spesso nasce la sofferenza. Si tratta non solo di contenuti negativi, ma anche di risorse, aspirazioni e punti di forza inutilizzati – perché ostacolati dall’educazione, dal contesto familiare o lavorativo, oppure semplicemente dimenticati nel tentativo di adattarsi passivamente all’ambiente.

La persona possiede già in sé gli strumenti per uscire dalla sofferenza, ma da sola non riesce a vederli o a riattivarli. Il terapeuta accompagna nel recupero delle parti positive del sé e nell’innesco di un cambiamento concreto. Lo strumento principale è il colloquio, integrato all’occorrenza da tecniche espressive o da reattivi psicodiagnostici nella fase iniziale, utili per mettere a fuoco aree di sofferenza e risorse disponibili.

La filosofia che adotto è più “teleologica” che “causale”: il focus è meno su “da dove vieni” e più su “dove vuoi andare”. Le cause del disadattamento vengono comunque esplorate, ma – salvo i casi che coinvolgono traumi infantili – l’attenzione si sposta volentieri sugli eventi più recenti, perché è lì che il paziente trova il margine effettivo di cambiamento. Riscoprire la propria progettualità, come ricordava Seneca, è la condizione di un vento davvero favorevole.

Setting e modalità delle sedute

Lavoro in setting frontale: il paziente siede di fronte al terapeuta. La cadenza è inizialmente settimanale e diventa quindicinale man mano che il percorso avanza, fino al momento del congedo, che viene deciso insieme. Per quanto possibile evito di rendere il paziente dipendente dal terapeuta: la psicoterapia ha senso solo se conduce alla maggiore autonomia possibile. Nei casi più severi può proseguire negli anni successivi come terapia di mantenimento, con sedute mensili, prevenendo regressioni o ricadute: in quella fase il ruolo del terapeuta è più simile a quello di un supervisore che valuta le strategie di coping del paziente.

Ogni incontro dura circa un’ora, fatta eccezione per i colloqui iniziali, dove l’utilizzo di test o tecniche espressive può portare la durata a un’ora e mezza. Il paziente è libero di interrompere la terapia quando ritiene: in tal caso viene comunque restituito il senso del percorso fatto. Tutto quanto emerge in seduta è protetto dal segreto professionale; con il consenso del paziente, il terapeuta può collaborare con altri specialisti (ad esempio per una terapia farmacologica o per approfondimenti medici).

Per chiunque viva una sofferenza personale – ansia, depressione, scarsa autostima, difficoltà esistenziali, blocchi nelle scelte di vita – e desideri comprenderne le radici e trovare strumenti efficaci per superarla.

Il modello psicodinamico breve che adotto prevede un lavoro su tempi relativamente contenuti, focalizzato sugli obiettivi concordati. La durata complessiva varia in base alla complessità della situazione e viene rivalutata insieme nel corso del percorso; comunque tranne eccezioni il percorso si snoda nell’arco di alcuni  mesi e non di anni!.

La consulenza è un intervento più breve, mirato a uno specifico problema, e non agisce sulle dinamiche profonde della persona. La psicoterapia è un percorso più articolato, che lavora anche sulle strutture interne della personalità.

L’onorario viene comunicato in modo trasparente nei primi colloqui e definito nel contratto terapeutico, in base alla cadenza e alla tipologia di percorso ; in genere la prima seduta costa un poco di più perchè richiede un maggiore impegno di tempo 

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