Negli ultimi dieci anni la richiesta di aiuto da parte delle coppie è cresciuta notevolmente, e parallelamente è aumentata anche la sensibilità clinica nel considerare la coppia come un soggetto specifico, portatore di una propria domanda di cura. L’ottica relazionale-sistemica ha contribuito molto a questa attenzione, e la terapia di coppia ha ormai sviluppato un’autonomia metodologica propria: si distingue dalla terapia familiare da cui deriva e richiede competenze e strumenti dedicati.
Le caratteristiche di una coppia funzionante
Studiosi e terapeuti si sono chiesti se esistano indicatori che differenzino una coppia sana da una coppia in difficoltà. W. Robert Beavers (“Il matrimonio riuscito”, Astrolabio), grazie a una lunga esperienza clinica, ha individuato quattro caratteristiche fondamentali:
1) Entrambi i partner devono ritenere che la verità all’interno della coppia sia relativa e non assoluta. Nessuno detiene la ragione: ciascuno ha le proprie ragioni. Questo atteggiamento sano permette di accogliere e comprendere anche la posizione dell’altro.
2) Entrambi i partner devono mantenere un certo grado di autonomia funzionale. La simbiosi non fa bene alla coppia, fatta eccezione per la fase iniziale dell’innamoramento e – mi permetto di aggiungere – per quella della vecchiaia.
3) Il potere all’interno della coppia deve essere distribuito tra entrambi e non concentrato in uno solo dei partner.
4) Ciascun partner deve poter dire a sé stesso: “Non è vero che io non posso vivere senza di te, e non è vero che tu non puoi vivere senza di me”. Pur con tutto il dolore che una separazione comporterebbe, la consapevolezza della propria autonomia psichica è ciò che permette di scegliere davvero di stare insieme.
“State uniti ma non troppo vicini… la quercia e il cipresso non crescono l’uno all’ombra dell’altro”
K. Gibran
Perché le coppie entrano in crisi
Le fragilità della coppia possono avere natura “fisiologica” – cioè legate ai passaggi del ciclo di vita individuale e della relazione – o “straordinaria”, determinata da eventi non prevedibili. La società contemporanea, che Zygmunt Bauman ha descritto con il concetto di “società liquida e amore liquido”, ha amplificato sicuramente le difficoltà relazionali.
Sul piano fisiologico, le difficoltà compaiono soprattutto nei momenti di transizione: dall’innamoramento alla costruzione di una coppia stabile, dalla nascita dei figli all’ingresso nell’adolescenza, dallo sganciamento dei figli al “nido vuoto”, fino al successivo riposizionamento dei partner nel loro ruolo coniugale, spesso messo in secondo piano dalla funzione genitoriale.
A queste si sommano eventi straordinari: la perdita del lavoro, un tradimento, la malattia di un partner o di un figlio, lutti che producono un carico emotivo eccessivo. Talvolta la crisi nasce semplicemente da una crescita divergente dei partner che negli anni ha creato una distanza emotiva crescente, oppure dal fatto che uno o entrambi hanno cambiato unilateralmente il patto iniziale, esplicito o implicito, su cui si fondava la coppia.
Dario Ghezzi, nell’ottica sistemico-relazionale, individua un’ulteriore causa di crisi: la mancata o cattiva “uscita” dalla famiglia di origine di uno o entrambi i partner, ovvero un processo di individuazione-separazione non elaborato, che ostacola la nascita di quella nuova entità psicosociale che è la coppia.
A questo si aggiunge un dato importante: la convivenza prolungata (almeno due anni) genera comunque un forte legame di attaccamento, anche quando l’incastro emotivo tra i partner è disfunzionale. Questo spiega perché sciogliere certi legami sia tanto doloroso, indipendentemente dalla qualità della relazione.
I segnali di una coppia in difficoltà
I principali indicatori sono l’aumento dei conflitti, le liti ricorrenti, la perdita del dialogo, l’insoddisfazione, la riduzione o la scomparsa dell’intimità psichica e sessuale. Spesso le coppie superano queste difficoltà da sole; in molti casi, invece, il malessere aumenta e il dialogo si chiude. In quelle circostanze i due partner si trovano di fronte a due possibilità: provare a rinnovare la relazione oppure interromperla. In entrambi i casi, il compito del terapeuta è aiutare la coppia a operare la scelta migliore per il benessere di entrambi: che si tratti di un rilancio della relazione o di una separazione consapevole, capace di salvaguardare ciò che di buono la coppia ha costruito. Quando ci sono figli, è inoltre essenziale proteggere il loro benessere, obiettivo che senza l’apporto terapeutico le difficoltà relazionali tendono a oscurare. Secondo Dario Ghezzi, la terapia di coppia è particolarmente indicata nelle situazioni di disagio coniugale in cui non siano presenti veri e propri sintomi nei figli – in quel caso è invece più indicata la terapia familiare.
– Seneca –
Cos'è la terapia di coppia
Citando Beavers, la terapia di coppia è una strategia di intervento psicoterapeutico che si rivolge a coppie che desiderano proseguire la relazione. La coppia può essere eterosessuale o dello stesso sesso, sposata o convivente: ciò che conta è la presenza di una richiesta di aiuto e la volontà di affidarsi a un professionista specializzato in questa branca della psicoterapia.
Quando uno o entrambi i partner chiedono un percorso, si attiva una prassi clinica ormai consolidata, articolata in due fasi.
a) Fase della consulenza
Si articola in tre o quattro incontri di coppia e ha l’obiettivo di chiarire le ragioni della crisi, ricostruire la storia della relazione, verificare la motivazione di entrambi i partner a proseguire e valutare le condizioni utili per la fase successiva. Durante la consultazione può emergere che la motivazione non sia adeguata in uno o in entrambi i partner: in quel caso il percorso si trasforma in un accompagnamento alla separazione, finalizzato a fornire alla coppia – e in particolare al partner più fragile – gli strumenti emotivi per affrontare il distacco nel modo meno doloroso possibile. Quando sono presenti figli, si valuta preliminarmente il loro grado di coinvolgimento e di sofferenza nella crisi dei genitori.
Se invece esistono i presupposti per un rilancio della relazione, la consulenza si conclude con un vero e proprio contratto terapeutico: vengono definiti cadenza delle sedute (nel mio modello, trisettimanale), onorario, regole e durata media del percorso, che in genere si articola su 15-20 incontri.
b) Fase della terapia
Una volta deciso il rilancio, il lavoro si concentra sui temi che hanno allontanato i partner: la qualità dell’intimità, la gestione del denaro, i rapporti irrisolti con le famiglie di origine, le scelte educative riguardo ai figli, la progettualità futura della coppia.
La terapia si articola tipicamente in tre sottofasi:
Prima fase – inizio formale della terapia (3-4 sedute di coppia):
Si approfondiscono i punti critici emersi nella consultazione: tradimenti subiti, eccessivo legame con le famiglie di origine, distacchi mancati, gestione del denaro.
Seconda fase – sedute individuali (2-3 con ciascun partner):
Si ricostruiscono le storie familiari di entrambi, individuando ciò che ciascuno ha portato in dote dalla propria famiglia di origine: risorse o ostacoli per il funzionamento della coppia.
Terza fase – ripresa delle sedute di coppia:
Si tirano le fila delle considerazioni emerse nei colloqui individuali, si delineano gli scenari possibili e si conduce una valutazione condivisa del percorso fatto e degli obiettivi raggiunti o ancora aperti.
Ogni seduta di coppia dura un’ora e mezza. La cadenza è più dilatata rispetto alla terapia individuale, perché la coppia ha bisogno di tempo per metabolizzare gli stimoli al cambiamento ricevuti e tradurli in piccole modifiche concrete nel comportamento quotidiano, anche attraverso le “prescrizioni” indicate in seduta.
Quando i conflitti si ripetono, il dialogo si è interrotto, l’intimità si è raffreddata o un evento (tradimento, lutto, malattia) ha reso fragile la relazione e non si riesce a uscirne con le sole risorse interne alla coppia.
Mediamente 15-20 sedute, di un’ora e mezza ciascuna, con cadenza trisettimanale o mensile. La durata può variare in base alla complessità della situazione.
No. Il terapeuta di coppia non prende posizione: il suo ruolo è facilitare la comprensione reciproca e aiutare entrambi a prendere decisioni consapevoli, sia che portino a un rilancio della relazione, sia che portino a una separazione meno dolorosa.
La motivazione di entrambi è un fattore importante. Quando uno dei due è meno coinvolto, la consultazione iniziale serve proprio a comprenderne il motivo e a decidere insieme se è possibile costruire un percorso terapeutico o se sia più utile un accompagnamento alla separazione.
Sì. La terapia si rivolge a coppie sposate, conviventi o non conviventi, eterosessuali o dello stesso sesso. Ciò che conta è che entrambi vogliano lavorare sulla relazione.
Risposta: No non tanto per motivo moralistici ma perché il rilancio della relazione richiede un impegno al cambiamento , una volontà e una fatica nel fare il percorso che chi pensa di aver già trovato un’altra sua soluzione, in genere non ha .. In questi casi è preferibile che il partner con relazione extra richieda piuttosto una consulenza individuale e il terapeuta legato in questo caso al segreto professionale porrà come condizione di risolvere preliminarmente l’altra relazione prima di entrare nel percorso di terapia di coppia.

